Quando l’arte salva

Fino a pochi anni fa tornavo a casa con la stanchezza di chi aveva vissuto troppo. Mi trascinavo, le giornate erano tutte uguali: sveglia, doccia, lavoro, casa. Ogni tanto qualche sorriso, qualche amica e poi il vuoto. Ricordo quei cinque anni come se non li avessi vissuti io, come se avessi guardato la vita di uno sconosciuto da una panchina. Avevo tutte le comodità, tutte le opportunità eppure ero terribilmente e inesorabilmente apatica e mi sentivo soffocare. Mi dicevo “che sarà mai, passerà. E’ solo stanchezza”, ma non era così. Arrancavo, brancolavo nel buio senza sapere esattamente cosa stessi facendo. Iniziai a sentire i giudizi delle persone che mi circondavano, crollai.

Vorrei tanto dirti che in quel momento, quando tutto sembrava orribile, qualcuno avesse allungato la mano per tirarmi fuori, ma non è stato così. Non c’era nessuno e la mano che mi ha tirata fuori era la mia.

Poi, quasi all’improvviso ho (ri)scoperto l’arte. Ricordo quel giorno come se fosse ieri. Indossavo una camicetta verde militare e la mia salopette in jeans preferita, era settembre e avevo deciso di andare al museo del 900. Avevo scelto di andare proprio lì perché il Novecento era un secolo fatto di anime fragili e irrequiete esattamente come me.

Ho camminato a testa alta come i proletari del quadro di Pellizza da Volpedo, ho salutato il mio amatissimo Modì e poi ho trovato lui: quella testa calda, quel guerrafondaio di Boccioni, che mai, fino ad allora avevo amato.

Mi sono fermata ad ammirare e studiare i suoi stati d’animo e mi sono sentita così vicina a lui. Umberto Boccioni era un’anima irrequieta, ma sapeva cosa voleva. Voleva fare il pittore e voleva rappresentare i sentimenti dell’essere umano.

Così oggi, ho deciso di raccontare quest’opera degli “stati d’animo” in un modo diverso: dal mio punto di vista e da ciò che scrisse Boccioni.

Stati d’animo- Gli addi. Umberto Boccioni, 1911

Per quanto riguarda gli addii, Boccioni scriveva: “Linee confuse, sussultanti, rette o curve che si fondono con gesti abbozzati di richiamo e di fretta, esprimeranno un’agitazione caotica di sentimenti”. Così evoca una coppia che si abbraccia e si ripete più volte nello spazio con pennellate fiammeggianti, linee sussultanti, confuse e colori forti per restituire l’atmosfera di affetto passionale e drammatico.

Stati d’animo – Quelli che vanno; Umberto Boccioni, 1911

In quelli che vanno: “Linee orizzontali fuggenti, rapide e convulse, che taglino brutalmente visi dai profili vaghi e lembi di campagne balzanti, daranno l’emozione plastica che suscita in noi colui che parte”. Qui il pittore secondo me rappresenta perfettamente l’idea e il sentimento della partenza. Ci sono frammenti naturalistici come l’occhio del viaggiatore, le finestre delle case i pali della luce, le maniglie del treno. Vuole rappresentare la velocità del viaggio, della vita che scorre.

Stati d’animo – Quelli che restano; Umberto Boccioni, 1911

In “quelli che restano” Umberto Boccioni dice che le sue linee sono “come spossate“. Ho amato questa descrizione, e mai aggettivo poteva risultare più giusto. Quelle figure fatte di linee verticali e ondulate sono intrise per davvero di spossatezza e languore. Sono quelli che non ce l’hanno fatta, coloro che attraversano la vita senza lasciare tracce di se, silenziosamente. Ero io, io ero la definizione umana di fallimento, ero la bozza di un quadro mai dipinto, ero un artista troppo ubriaco e deluso dalla vita per creare. Ero nessuno e l’arte mi ha salvata.

Perché ti racconto questo? Perché so, che questo può succedere a tante persone, so di non essere l’unica o speciale, so che tutti passiamo momenti di fragilità indecente in cui nessuno al mondo sembra capire; momenti che tutti sottovalutano perché “sono altri i problemi della vita”. Io per anni ho dato ascolto a quelle persone e sono qui per dirti di non fare il mio stesso errore, ascoltati. L’arte mi ha aiutata ad amare ancora la bellezza e la vita, poi ho deciso di intraprendere un percorso di psicoterapia. Mai scelta è stata più azzeccata per me, ho imparato ad amarmi e ho imparato a conoscermi. Questa brutta ombra sulla mia anima è andata via presto e ora andando dalla psicologa parlo di quanto ami questo lavoro che mi sto creando lentamente, parlo di come l’arte mi abbia salvato la vita innumerevoli volte. Nessuno si salva da solo e senza aiuti, ma solo tu puoi capire se stai toccando il fondo e solo tu puoi trovare la forza dentro di te, di rendere la tua vita il tuo piccolo capolavoro.


Quello di cui ho raccontato oggi è il trittico di Umberto Boccioni de “gli stati d’animo” del 1911, la sua prima versione. La seconda verrà sviluppata in seguito al suo viaggio a Parigi nel 1912 e alla conseguente scoperta del cubismo.

 

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