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Una donna da non dimenticare: Rosa Parks

Era il 1° dicembre del 1955 quando, a Montgomery, una donna, con un semplicissimo gesto cambia il destino degli afroamericani. 

Immaginatevi una fredda sera d’inverno. Immaginatevi una donna. E’ afroamericana. Sta tornando a casa da lavoro ed è stanca. Si, ma non stanca fisicamente, è stanca di subire, ribolle di rabbia per una società che impone di essere considerata poco importante, solamente per essere nata del colore sbagliato.


Okay, fermi tutti. Qui dobbiamo aprire un’immensa parentesi, perchè sono certa che ogni volta che qualcuno afferma di essere “bianco o nero”, un antropologo si suicida. Ti faccio una domanda, sei davvero sicuro di essere bianco? Candido come la neve, come un foglio non scritto, giallo come un limone o nero come il carbone?

Fin dalla notte dei tempi, la pelle ha sempre avuto un colore vivo, mai identico fra diversi gruppi sociali, momenti dell’anno e luoghi e mai identico tra genitori e figli. Il colore della nostra pelle è universalmente meticcio con diverse gradazioni di chiarezza e oscurità. Quindi, si, tu: uomo, bianco, borghese medio, altro non sei che un meticciato. Sconvolgente.

Seppur siano riconosciute come sbagliate e pericolosissime, le gerarchie razziali vengono percepite e giustificate da molti, come “dati di fatto naturali”, e le stesse persone sono avvezze a dire anche “non sono razzista, ma + (inserisci frase stupida)”. La verità è che siamo tutti un po’ razzisti, chi più, chi meno. “Siamo animali visivamente orientati e, pur non essendo geneticamente programmati per avere dei pregiudizi, nel tempo abbiamo sviluppato credenze sbagliate sul colore della pelle trasmessesi attraverso continenti e oceani”. Non si tratta di distinzioni fisiche, ma di gerarchie relative a intelligenza, bellezza, temperamento, moralità, potenziale culturale, valore sociale. Ma questo, non dovrebbe importare assolutamente a nessuno, perchè siamo tutti uguali difronte alla morte, alla felicità, alla malattia. Del resto, non c’è COVIDDI che distingua il colore di chi trova o contagia. Blacklivesmatter, quindi, anche se io preferisco:  Allcolouredlivesmatter!!

Purtroppo, siamo ancora oggi carichi dei pregiudizi instillati nelle nostre menti molti secoli fa: il colore della pelle e il sesso sono state le principali caratteristiche usata per incasellare le persone in “razze” diverse, o “genere inferiore” e produrre ideologie razziste. L’associazione del colore con il fatto di essere delinquenti o lodevoli cittadini e servitori dello Stato, sono la più grande fallacia logica compiuta dall’umanità e un potente inganno sociale

Se ti interessa approfondire questo aspetto, ti consiglio di fare il test sulle associazioni implicita promosso da Harvard a questo link, e di leggere il libro della bravissima antropologa americana Nina Jablonski: Colore vivo. Il significato biologico e sociale del colore della pelle.


Ma torniamo a quel freddo pomeriggio di dicembre del 1955. La donna che non cedette il suo posto in autobus è Rosa Parks, e questo è un nome che non dovremmo mai dimenticare. In questo nome riecheggiano la stanchezza, la caparbietà e la forza d’animo di chi vuole essere rispettato in quanto essere umano. Perchè nulla cambia, se ci si riduce a meri spettatori del mondo. Rosa Parks è un mito per tutte le donne che lottano per i propri ideali, per tutte coloro che combattono una battaglia, per tutte le donne coraggiose e forti che si rivoltano di fronte alle ingiustizie. Rosa Parks non dovrebbe solo essere un nome sbiadito sui libri di scuola, ma un esempio, un modello, una missione.

Rosa Parks aveva 42 anni ed era sull’autobus 2857. Dopo poche fermate, l’autista le chiede di alzarsi e spostarsi in fondo per cedere il posto ad un passeggero bianco salito dopo di lei. Questa era la legge, frutto della politica segregazionista (separati ma uguali). Rosa conosceva bene le regole: i neri dovevano sedere dietro, i bianchi davanti, mentre i posti centrali erano misti, ma la precedenza doveva essere data comunque ai bianchi.

Quel giorno però accadde qualcosa di diverso. la quarantaduenne rispose al conducente con un semplice, ma potente: “no”.

Al rifiuto, l’autista chiamò la polizia e Rosa Parks fu incarcerata per “condotta impropria”. Ma la vicenda fu presto di dominio pubblico e poche ore dopo Clifford Durr, avvocato e attivista per i diritti dei neri, le pagò la cauzione. Da allora, la Parks è conosciuta come The Mother of the Civil Rights Movement.

Il boicottaggio

Il presidente di un’associazione femminile afroamericana (Women’s Political Council), stampò in migliaia di copie un comunicato anonimo in cui si invitava la popolazione nera a boicottare i mezzi pubblici di Montgomery durante il giorno del processo di Rosa, il 5 dicembre. All’alba, l’attivista iniziò a distribuire i volantini in ogni dove: scuole, chiese, nei saloni di parrucchiere ed estetiste.

In poche ore, tutta la comunità nera di Montgomery seppe del boicottaggio. Boicottaggio, che Martin Luther King e altri leader decisero di non limitare a un solo giorno: bisognava procedere a oltranza e allo sfinimento, finché non fossero state accettate proposte «minime» come quella di poter prendere posto sui bus «secondo l’ordine di salita». La manifestazione coinvolse migliaia di persone e durò fino il 26 dicembre del 1956 per un totale di 381 giorni. la protesta fu sostenuta anche dai tassisti neri che abbassarono le tariffe della corsa a livello di quella dei biglietti degli autobus.Gli eventi di Montgomery ebbero una risonanza tale che la protesta passò alle cronache come la più importante manifestazione non violenta del movimento per i diritti civili.

Il boicottaggio, ovviamente funzionò, tanto che l’azienda dei trasporti rischiò la bancarotta.

Ma che fine fece Rosa?

Del caso Parks si occupò la Corte Suprema degli Stati Uniti, che il 13 dicembre 1956, all’unanimità, dichiarò come  incostituzionale la segregazione sui mezzi pubblici. Neanche il tempo di festeggiare, e Rosa iniziò a subire le ritorsioni dagli ambienti bianchi e perse il lavoro. Si trasferisce a Detroit, dove nel 1965 diventò la segretaria del democratico John Conyers, membro del Congresso.

La segregazione: separati ma uguali?

La politica di segregazione nelle regioni meridionali degli Usa era un’eredità dello schiavismo in vigore fino al 1865. Da quel momento in poi, nel Sud (connotato da un forte razzismo) presero forma alcune norme locali, dette “leggi Jim Crow” (nomignolo dispregiativo usato per indicare gli afroamericani) che diedero vita a un sistema in cui i neri erano considerati “separate but equal”, “separati ma uguali”: gli afroamericani erano confinati in appositi settori, non solo sui mezzi di trasporto, ma in tutti i luoghi pubblici.


Torniamo alla nostra protagonista. La sua luce, si spense il 24 ottobre 2005.

Due anni prima, però, l’Henry Ford Museum di Dearborn, a poche miglia da Detroit, acquistò il famigerato bus 2857. Al suo interno, nel 2012, verrà scattata una storica foto a Barack Obama, in ricordo di quando Rosa, con un semplice «no», aveva contribuito a rendere il mondo un luogo migliore.

Di quel fatidico giorno, molti anni dopo Rosa Parks raccontò: 

Dicono sempre che non ho ceduto il posto perché ero stanca, ma non è vero. Non ero stanca fisicamente, non più di quanto lo fossi di solito alla fine di una giornata di lavoro […]. No, l’unica cosa di cui ero stanca era subire”