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L’esotico romantico ed erotico di Delacroix

L’Oriente, che nell’immaginario collettivo occidentale era simbolo di opulenza, misteri e passioni proibite, attirava uomini e avventurieri di ogni tipo. E’ il luogo privilegiato dell’immaginazione, del piacere e della sensualità; un luogo di desiderio ed evasione dai confini, una ricerca di se stesso tramite l’altrove.

Il fascino di questi paesi lontani rispondeva a quel forte desiderio di evasione dalla vita comune che caratterizzava gli artisti romantici. Essi fuggivano da quella grigia quotidianità, per arrivare in luoghi dai colori vivaci  in cui nessuna passione sembra proibita, in cui non si è costretti dalle convenzioni sociali occidentali. Una fuga da se, cercando di ritrovarsi o riscoprirsi diversi, felici e liberi da ogni costrutto. Mi viene da pensare che nulla sia mai effettivamente cambiato; la fuga o la ricerca di una qualche sorta di felicità è insita nell’essere umano, la domanda che continua a tintinnarti in testa “ho preso la strada giusta” o “sarei più felice se andassi via, come fece Gauguin?”. Nulla è cambiato, siamo anime tese alla costante ricerca di qualcosa e l’Oriente vicino e lontano, sugli europei, ha sempre avuto un grandissimo fascino. L’esotismo non è una semplice moda passeggera, destinata a sparire; è una passione radicata e non un mero effetto della globalizzazione.

Dalla spedizione di Napoleone in Egitto (1798), l’Oriente è stato ricostruito, rimodellato e soprattutto “inventato”. Il termine “orientalismo” indica il modo in cui la cultura europea ha conosciuto l’Oriente, cercando prima di dominarlo e a farne il luogo in cui risiedeva l’altro, il “diverso”, poi.

Nell’800, colui che forse ha influenzato maggiormente l’attrazione per l’esotico è stato il poeta inglese George Byron. Incarnava squisitamente tutti gli ideali tipici del dandy, era un’animo tormentato e tenebroso e visse in Svizzera, Italia e Grecia dove morì. Forse fu proprio la morte, avvenuta a Missolunghi nel 1824  mentre combatteva per l’indipendenza greca ad accrescerne notevolmente il fascino, il mito e la fama.

Tra gli amanti più ferventi e passionali dell’opera di Lord Byron vi è Eugene Delacroix, che dipingerà almeno sei soggetti ispirati al poemetto “Il Giaurro”; mentre dal dramma “Sardanapalo” deriva il famoso e scandaloso dipinto ” Morte di Sardanapalo“.

Eugene Delacroix presentò questo grandissimo olio su tela al Salon del 1828. Secondo te, come la presero i benpensanti dell’epoca?

Esatto, non proprio benissimo e susciterà un grandissimo scalpore tra la folla. In un’orgia dal colore del sangue, il re assiro semidi- steso sul letto assiste impassibile, prima di togliersi la vita, alla distruzione, da lui stesso ordinata di tutto quanto servisse per assecondare i suoi piaceri.

Successivamente, Delacroix vorrà scoprire questi luoghi non più attingendo dai libri, ma osservandoli tramite i propri occhi, respirandoli e perdendosi tra i suoi piaceri. Nel 1832 iniziò il suo viaggio in Africa e nei 6 mesi di permanenza riempirà ben 7 album di schizzi. Il viaggio sarà per lui, occasione di confrontarsi direttamente con la realtà islamica di cui scrive:” I romani e i greci sono qui alla mia portata. Io ho ben riso dei greci di David […] Ora li conosco di persona […] Roma non si trova più a Roma“.

In questi taccuini, Delacroix segna tutto ciò che vede e pensa, le sue impressioni giorno per giorno.  Sono appunti e schizzi confusi, senza fili logici, poco ordinati, che fanno trasparire tutta la sua eccitazione nel viaggio. Descrive paesaggi, persone, costumi, strade, particolari di architetture. A volte le pagine non bastano e riempie anche i margini, altre apre il quaderno al contrario e disegna non curandosene, altre volte ancora lascia intere pagine bianche.

In questi luoghi colmi di fascino, Delacroix contempla tutto in estasi e ricopre l’antichità. Scriverà all’amico Pierre “Questo popolo è veramente antico: vita all’aperto e case chiuse accuratamente. Donne che vivono ritirate. (…..) I grandi del luogo vanno a mettersi in un angolo della strada, accoccolati al sole e parlano fra loro o vanno ad appollaiarsi in qualche bottega da mercante (…..). Le abitudini e le antiche usanze regolano tutto. (….). Noi ci accorgiamo di mille cose che loro mancano; la loro ignoranza dà loro la calma e la felicità. (…). In mille modi loro sono felici nella natura. (….). Noialtri, nei busti, nelle scarpe strette, nelle ridicole guaine, facciamo pietà”

Il suo viaggio prosegue in Algeria e tra oasi nel deserto, moschee, mercati, antiche rovine, beduini, Delacroix scopre gli Harem (che visiterà in tutta segretezza grazie alla sua solida rete di amicizie).

Egli poté così osservare e disegnare donne algerine nella loro intimità. Scopre un mondo esotico chiuso, nascosto, dove la sensualità delle donne era mollemente esibita senza inibizioni, un mondo dove l’esotico si mescola con l’erotico. Torna a Parigi nel 1832 e con tantissime sensazioni impresse indelebili nella sua memoria, dipinge “Donne di Algeri nelle loro stanze”. Questa tela , inno all’opulenza di quel mondo magico e sensuale, colpisce per la sua serenità e il suo silenzio. Forse più un luogo dell’anima, che una realtà oggettiva, ma quello che è certo è la serenità provata dal pittore dipingendolo. L’ordine ritmico delle forme e la luce soffusa donano grande senso di unità all’opera. Questo, tra gli oltre cento dipinti eseguiti, rappresenta un quadro a sé: grandi critici come Théophile Gautier e Etienne Délecluze rimangono esterrefatti dalle raffinate tinte dei tessuti multicolori e Charles Baudelaire, anni dopo, definirà il quadro “un piccolo poema d’interni“. Mentre, più tardi, il pittore impressionista Renoir commenterà “si poteva ancora sentire il profumo dell’incenso”.

La tela raffigura I’interno di un harem, la cui atmosfera indolente è sottolineata dagli atteggiamenti delle donne mollemente sedute in una stanza in penombra, che oziano fumando il narghilè. Il  torpore senza tempo della scena  è interrotto solo dall’orologio, appena visibile. Delacroix riesce, tramite queste donne, ad emanare un senso di languido erotismo. E’ un mondo abitato da sole donne: incarnazione vivente di un sogno ottocentesco di molti spettatori maschili occidentali.

Delacroix, seppure si comporti da “reporter” annotando ogni immagine e pensiero, non lo è perchè filtra la realtà attraverso la sua sensibilità unica e poetica. Non si limita ad una copia pedissequa di odalische sensuali o di aridi deserti, ma va oltre. Delacroix è un animo sensibile, curioso e febbrile. Ecco perché Fromentin, pittore e critico d’arte, lo descrive come il migliore degli Orientalisti: per lui Delacroix non è viaggiatore che dipinge spinto solo “dall’infausto istinto universale della curiosità”, ma pittore che viaggia, dunque capace di osservare il particolare reale e rielaborarlo approdando ad una sintesi totalmente nuova.

Quando guardo queste opere di Delacroix, mi sembra di entrare in un sogno proibito, dai colori pieni di risonanze. Sembra sempre di guardare, spiare dal buco della serratura una realtà che non mi è concessa.

E’ a voi, romantici viaggiatori, che dedico questo articolo sul più romantico dei romantici: Eugene Delacroix. Ovunque voi siate, chiunque voi siate, vi mando un forte abbraccio.

 

 

Informazioni sull'autore

Mi chiamo Francesca, foundress di likeitalians.

Sono una studentessa di Storia dell'arte, di quelle che non si prendono troppo sul serio. Leggo libri, scalo montagne, parlo di arte e di culture con spensieratezza. Sono una vagabonda e la nonna da piccola mi chiamava zingara, forse ci ha azzeccato prima di tutti.

Sogno un mondo in cui l'arte possa essere alla portata di tutti e viaggio sempre con le tasche quasi vuote.

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