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Artemisia: il coraggio di essere donna

Era “solo” una donna, era “solo” una ragazzina e di certo non poteva diventare una famosa artista in quel mondo rappresentato unicamente da uomini.

Artemisia, non diede mai peso a tutte queste parole e perseguì per la sua strada. Venne stuprata, insultata, torturata, sbeffeggiata eppure, tenace, perseverò.

Artemisia Gentileschi nasce a Roma nel 1593 ed è figlia di Orazio Gentileschi, pittore piuttosto famoso all’epoca. La ragazza si forma in un universo prettamente maschile: studia le luci e le ombre del Caravaggio, guarda alla pittura del padre Orazio e crea un’arte totalmente sua.

Nel 1610 realizza quella che viene identificata come la sua prima opera: Susanna e i vecchioni. L’assimilazione del realismo caravaggesco unito ad una sapienza coloristica ereditata probabilmente dalla scuola dei Carracci di Bologna è evidente.

In primo piano una donna distrutta e umiliata dalle attenzioni non richieste da parte dei due uomini alle sue spalle. L’opera ha il titolo di “Susanna e i vecchioni”, ma ti sembrano vecchi entrambi? Solo uno è raffigurato come un anziano e probabilmente si tratta del ritratto del padre Orazio. Per l’uomo più giovane, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si trattasse di Agostino Tassi: l’uomo, che solo un anno dopo violenterà Artemisia.

Non si tratta di un’opera profetica, quanto piuttosto di uno sfogo della ragazza che già aveva notato le occhiate insistenti da parte del Tassi. Artemisia rappresenta una donna profondamente turbata e sconvolta. Una donna che si vergogna profondamente di quelle attenzioni e non si sente lusingata da esse.


Il soggetto di Susanna è, tra gli episodi dell’Antico Testamento, uno dei più rappresentati tra il XVI e XVII secolo .

La casta Susanna, sorpresa al bagno da due anziani signori che frequentavano la casa del marito, è sottoposta a un becero ricatto sessuale: o acconsentirà a sottostare ai loro appetiti o i due diranno al marito di averla sorpresa con un giovane amante. Susanna accetta l’umiliazione di un’ ingiusta accusa. La storia pero, finisce bene, con lo smascheramento della menzogna dei vecchioni.

La rappresentazione di Susanna sorpresa ignuda dai vecchioni ha apparentemente intenti moralistici, ma è spesso un pretesto per soddisfare la “pruderie” di committenti che si compiacciono di soggetti di nudo femminile. La pittrice però rappresenta una donna fortemente umiliata da attenzioni non richieste e si copre pudicamente il corpo spogliato, come meglio riesce.


Nel 1611, Artemisia verrà stuprata da Agostino Tassi, amico del padre e suo insegnante di prospettiva.

Con moltissimo coraggio, riuscirà a denunciarlo.

Artemisia, durante il processo, venne additata come una bugiarda tentatrice e sottoposta alla tortura delle sibille. Tortura fisica e psicologica, che consisteva nell’avvolgere le falangi alla base delle dita con cordicelle che venivano strette sempre di più fino a stritolarle. Avrebbe potuto perdere l’uso delle mani per sempre, ma la verità per la ragazza era piu importante. Voleva vendicarsi, non importava cosa le sarebbe costato.

Artemisia vinse il processo, ma le umiliazioni continuarono, soprattutto da parte di altre donne. Quando passeggiava per le vie di Roma le venivano tirati addosso petali di pipì, veniva umiliata ogni giorno. La ragazza però, sfoga tutto il suo dolore e la sua rabbia nella pittura, fino a diventare una grandissima e richiestissima artista.

Artemisia Gentileschi (1622)

Nel 1622, realizza una nuova versione di Susanna e i vecchioni, mettendo in campo gli insegnamenti del Caravaggio. Da Michelangelo Merisi, non riprese solo l’uso sensazionale della luce, ma si ispirò al volto della Maddalena penitente per la sua Susanna.

Qui artemisia rappresenta una donna stanca e meno imbarazzata della prima. Susanna si copre imbarazzata e sofferente il corpo alzando gli occhi al cielo.

Ma dovremo aspettare il 1652 per trovare un’Artemisia totalmente diversa e più sicura di se.

Fra i colori polverosi e il basso contrasto somatico spicca una Susanna che non si vergogna più. Una Susanna forte che alza la mano sinistra come a dire: “ma cosa volete da me? Io non ho nessuna colpa e nulla di cui possa vergognarmi”.

Artemisia è Susanna ed è stanca di subire.


Artemisia è stata la prima donna ad eccellere in un mondo fatto di uomini. Con fatica e sofferenza, conquista una libertà e un’indipendenza impensabile per l’epoca.

Oggi, quattro secoli dopo cosa è cambiato? Forse poco, ma ciò che è mutato è grazie alle donne che non sono state zitte, che hanno vissuto a testa alta senza mai dubitare del proprio valore. Ancora oggi, sono troppe le donne che subiscono molestie o violenze di qualsiasi genere, senza riuscire a denunciare. Troppe le donne che non capiscono di essere le vittime, ma pensano di avere una qualche colpa, che forse hanno fatto qualcosa di sbagliato, che forse il fatto non è poi così grave, che forse sono state troppo provocanti, dovevano vestirsi meno scollate.

Artemisia ci ha insegnato a non tacere e non mollare mai. Non tacere difronte ai soprusi, alle violenze. Ci ha insegnato che è normale avere paura, ma non bisogna permettere alla paura di divorarti. Artemisia ci ha insegnato a seguire sempre i propri sogni, anche se la strada può essere tortuosa.

Ci ha insegnato a non fare della paura la nostra padrona e che puoi essere più forte di ciò che credi.

[…] L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità […]

Con queste parole, sicuramente provocatorie, la ricorda il critico e storico dell’Arte Roberto Longhi, in un saggio del 1916 dal titolo Gentileschi padre e figlia.