Storia dell'arte

Attraverso i loro occhi: 5 fotografe che hanno fatto la storia

Quando mi sento sopraffatta dal mondo, quando tutto intorno a me sembra insormontabile e il fiato si fa corto, mi fermo. Ripenso a storie, che oramai conosco a memoria, di donne che stimo e che, in qualche modo, riescono ad infondermi una forza che fino ad un attimo prima non sentivo di avere.

Innumerevoli, le donne ad aver lasciato segni profondi sul mondo, riemerse dall’ombra dopo anni e alle quali non è stato riconosciuto il loro genio in vita. Questo è accaduto spesso anche nell’arte. Ci pervengono infiniti esempi di artiste a cui è stata tolta la maternità delle proprie opere. Sbeffeggiate, insultate, rinchiuse in manicomi, derubate eppure, tenaci hanno continuato e perseverato nelle proprie strade, a volte cadendo, ma senza mai mollare.

Alcune non hanno fatto molto rumore, hanno camminato nel mondo in punta dei piedi, altre hanno sbattuto porte senza mai chiedere il permesso a nessuno, ma tutte quante hanno lottato anche senza ottenere niente, ma costruendo un pezzettino di strada per chi ha provato dopo di loro.


Oggi vorrei farti guardare il mondo attraverso gli occhi di 5 fotografe che hanno fatto la storia. Solo 5? Si, esploreremo il mondo della fotografia lentamente e senza fretta. Anche perchè, diciamoci la verità: quanti leggerebbero 200 pagine di storie di fotografe in un solo articolo?! Ecco, nessuno.

Iniziamo?

Iniziamo

Julia Margaret Cameron

Julia Margaret Cameron, Studio di re David, 1866

Julia nasce nei pressi di Calcutta, in quella che allora era l’India Britannica. Era figlia di un ufficiale inglese e di una aristocratica e, come conveniva all’epoca, raggiunta l’età scolare viene mandata dalla famiglia prima a Parigi e Londra poi,  per ricevere un’educazione e un’istruzione europea degne del suo rango. Successivamente si sposerà, avrà sei figli e ne adotterà altri sei. E qui mi verrebbe da dire Angelina Jolie, scansate!

La nostra Julia Margaret Cameron, conduce una vita normalissima e tipica di una donna del suo rango e della sua epoca, fino a quando non compie 48 anni.

Nel 1863 infatti, sarà per crisi di mezza età o perché finalmente assapora la libertà, si avvicina alla fotografia.

Julia, influenzata dal linguaggio preraffaellita, fotografava principalmente la classe vittoriana, catturando una grandissima intimità negli sguardi e nei gesti. Le sue fotografia presentano una messa a fuoco del tutto innovativa e particolare, in cui i soggetti vengono immersi in una realtà lirica e senza tempo.

Con la Cameron nasce la ricerca artistica nella fotografia. Le sue opere si allontanano dalla commercializzazione e dalla ricerca del consenso, realizzando un’arte per sé stessa e per chi voglia accoglierla.

È la prima a cogliere le potenzialità artistiche della fotografia, quando fino a pochi anni prima si sosteneva che, a causa dei laboriosi procedimenti, mai una donna sarebbe stata fotografa.

Tiè.


Margaret Bourke-White

NEW YORK, UNITED STATES – JANUARY 01: LIFE photographer Margaret Bourke-White making a precarious photo from the Chrysler Building. (Photo by Oscar Graubner/The LIFE Images Collection via Getty Images/Getty Images)

Margaret nasce a New York nel 1904 da una famiglia borghese. Attratta dalle scienze naturali si iscrive alla Columbia University, ma ben presto, grazie ad un corso tenuto da una tra le figure più importanti del fotosecessionismo, orienta la sua attenzione verso la fotografia.

Fin da piccola Margaret era ambiziosa e indipendente. Non le bastava essere  tra le più apprezzate e versatili, lei ambiva ad essere La migliore in assoluto. La giovane donna aveva un’anima irrequieta, mai esattamente felice e questo la portò a cambiare diverse università fino a laurearsi nel 1927.

Nel 1928 apre un piccolo studio fotografico nell’Ohio dove si occupa principalmente di architetture e nel 1929 inizia una collaborazione con la rivista “Fortune“. Voleva essere la migliore foto-giornalista e sarà la prima a recarsi in URSS nel 1930, documentando la vita quotidiana e lottando attivamente per ritrarre la vita miserabile che la depressione degli Stati Uniti portò a milioni di persone.

La sua irrequietezza e la voglia di primeggiare la aiutarono, perché non solo fu la prima fotografa di guerra degli Stati Uniti, ma scattò anche l’immagine uscita sulla prima copertina di Life Magazine.

Quando si potrà uscire e visitare qualche museo, ti consiglio di fiondarsi alla velocità della luce ad ammirare le fotografie di Margaret Bourke-White al Palazzo Reale di Milano.


Lee Miller

Sulla poliedrica personalità di Lee Miller ho iniziato da poco a leggere un libro che presto recensirò. Sono innamorata di questa donna forte che nella vita ha ricoperto posizioni opposte.

Lee Miller non ha un’infanzia serena. A soli 7 anni subisce uno stupro da parte di un amico di famiglia. Il padre proverà a farle dimenticare la violenza subita a modo suo, ma con tutto l’amore di cui solo un padre è capace. Lui è inventore e ama la fotografia, così sceglie la giovanissima figlia come sua modella e la introdurrà anche a tutti i segreti della ripresa e del laboratorio.

A 19 anni, attraversando una strada di New York, la ragazza cade addosso al fondatore di Vogue, che rimane ammaliato dalla sua bellezza e la assume. Ricorda, non tutte siamo Lee Miller: poco tempo fa, io sono caduta con il sedere in aria e nessuno mi ha proposto di diventare modella. Sarà per la prossima.

Torniamo a noi: Lee Miller diventa una fotomodella e nel 1929 si trasferisce prima in Italia per studiarne l’arte e storia, poi a Parigi, dove continuerà a lavorare per Vogue sia come modella che come fotografa. Conoscerà la personalità surrealiste più importanti dell’epoca tra cui Man Ray, per il quale, sovente, poserà. In questi anni Man Ray, sperimenta e mette a punto il processo di solarizzazione della stampa fotografica. Lee lo aiuta posando per lui e assistendolo in laboratorio. Si pensa che diverse delle solarizzazioni firmate Man Ray siano state effettivamente realizzate da Lee.

Lee Miller inizia a viaggiare tra New York e Il Cairo dove ha modo di fotografare il deserto e le rovine dell’antico Egitto. Lavora poi in Grecia e Romania, fino a trasferirsi a Londra poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, riuscendo ad essere accreditata da Vogue come corrispondente di guerra.

Lei e Margaret Bourke-White saranno le uniche donne accreditate presso l’esercito degli Stati Uniti come corrispondenti di guerra. Lee Miller non avrà la temerarietà e le ambizioni di Margaret, ma restituirà un’altra prospettiva femminile del fronte di guerra. Fino al 1944 fotograferà Londra, ma dopo lo sbarco in Normandia arriverà in Francia e seguirà le truppe nell’avanzata verso Parigi e Berlino.

Lee Miller fotograferà l’entrata degli Alleati nel campo di Dachau e sarà fotografata da Scherman mentre si lava nella vasca del bagno privato di Hitler. La fotografa proverà  nascondere questa foto ritenuta raccapricciante, ma sarà poi rivenduta alla sua morte.


La guerra sarà un’esperienza che la segnerà pesantemente. Continuerà a fotografare ancora per un paio di anni per «Vogue», ma la depressione post bellica e l’alcool avranno la meglio sulla sua volontà. Sarà con l’aiuto dei vecchi amici surrealisti, primi tra tutti Man Ray, che riuscirà ad uscirne.

Lee Miller non era solo bellissima e affascinante, ma aveva un grandissimo talento nella fotografia e una voce delicata, ma decisa.


Letizia Battaglia

Letizia Battaglia è una fotografa tutt’ora vivente, legata indissolubilmente alle vecchie fotocamere, che diffida profondamente del digitale e tutto ciò che ad esso pertiene. Letizia da voce agli emarginati, alle prostitute, ai poveri rinchiusi nei manicomi, ma più di tutti è famosa per essere fotografa di mafia.

Miseria, distruzione, corruzione sono resi dalla sua fotografia in modo crudo e onesto. Le sue inquadrature non sono mai perfette tanto che dirà di se stessa “ho sbagliato tante volte, non sono brava con la tecnica”. Letizia cerca gli sguardi, la vita che passa inesorabile, fuggevole e implorante.

La prostituzione è un tema ricorrente nelle sue fotografie che chiedono senza remore di aprire gli occhi e smettere di far finta che nulla esista. Le “sue” donne non sono solo numeri tra gli elenchi delle vittime della mafia, ma sono carne e storie taciute, perchè la vittoria della mafia è proprio questa: la dimenticanza, l’indifferenza, l’oblio.

Letizia Battaglia è abilissima nel cambiare il suo registro: colmo di bellezza e delicatezza per alcuni scatti, crudo e aspro per altri.

PALERMO 1976-VINCENZO BATTAGLIA ERA USCITO DI CASA PER COMPRARE I CANNOLI.LO HANNO UCCISO AL BUIO TRA LA SPAZZATURA.

Una fotografia deve avere dietro di sé un pensiero:
– c’è sempre un rapporto emotivo con la realtà che si osserva;
– spesso sbaglio esposizione, inquadratura: vado avanti lo stesso fino all’immagine giusta, giusta per me;
– non fotografo quasi mai gli uomini (non mi vengono bene);
– fotografo le donne, questo sì, anche perché in loro ritrovo me stessa;
– in ogni caso, in genere fotografo persone;
– mi avvicino molto con l’obiettivo, uso il grandangolo;
– detesto fotografare pensando alla rivista che mi pubblicherà le immagini (la copertina, quante pagine…);
– ho molto rispetto per i fotografi americani, e per le grandi fotografe (Tina Modotti, per esempio);
– il mio mestiere è quello di documentare; poi, se ci scappa anche la bella foto…
– i morti di mafia? L’odore del sangue non mi ha più abbandonato.


Francesca Woodman

Francesca Woodman crebbe in una famiglia di artisti, il padre George è un pittore mentre la madre Betty è una ceramista. Trascorse diversi anni e molte vacanze estive della sua infanzia a Firenze e scopre la fotografia molto giovane, sviluppando le sue prime foto a soli 13 anni.

La sua vita non sarà lunghissima, perché morirà suicida a soli 22 anni, ma sarà estremamente prolifica. A differenza delle fotografe viste finora, la Woodman ci conduce in un universo estremamente intimo e privato, surrealista e femminista.

Nelle sue fotografie traspare l’attesa continua, il bisogno di sentirsi libera nel proprio corpo. Ci parla velatamente di filosofia, psicologia, di architettura e antichi miti. Chiusa nel suo studio la Woodman ha saputo raccontare un’intera epoca, una generazione, partendo dalle personali frustrazioni e le sue più intime paure. Ricorrono sempre i motivi geometrici in cui lo spazio è ideato come un prolungamento di uno spazio interiore e psicologico.

Tanti hanno voluto associare la sua morte prematura al desiderio di liberarsi da un corpo che le stava troppo stretto. Purtroppo però, sarebbe un’eccessiva semplificazione, quando le reali motivazioni che si celano dietro al suo suicidio rimangono misteriose. Importanti sono, però, le ossessioni per gli angeli, il movimento, lo sbattere delle ali piumate; elementi che ricorrono nelle sue fotografie, a partire dalla citazione che ha dato il titolo alla mostra fotografica. «Being an Angel n#1» scrive lei stessa su uno dei suoi autoritratti: una piccola fotografia in bianco e nero scattata dall’alto.

Nel 2011 è uscito il documentario The Woodmans, e nel mese di marzo un bellissimo articolo su Artedossier che parla delle sue opere.

Francesca Woodman e tutte le altre sono Donne diverse e che in modi differenti hanno esplorato il mondo a modo loro, senza preconcetti e che hanno provato a distinguersi e a perseguire il loro personale ideale di bellezza.

Ovunque tu sia, chiunque tu sia, spero che queste storie ti facciano capire quanto TU possa essere forte e speciale.

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