La bara del marinaio: la strana storia dei coniugi Boschi-Di Stefano

Questa grande tela orizzontale di solito viene attribuita alla serie dei gessi di Lucio Fontana. I gessi erano opere su tela che presentavano una superficie ruvida, gessosa. La tecnica, molto varia e complessa, non è stata protocollata e definita, ma comprende sicuramente ampie stesure di fondo all’anilina (pigmento molto brillante, lucido e semi-trasparente) e un successivo intervento a pastello a olio. La grande sagoma centrale oblunga di un nero coriaceo e lucido è trafitta da fori ed è realizzata con la tecnica del collage.

Ma facciamo un passo indietro: chi erano i coniugi Boschi Di Stefano?

Era il 1926, quando Antonio Boschi e Marieda Di Stefano si conobbero in Val Sesia. Il loro fu amore a prima vista e già l’anno dopo decisero di sposarsi. Lui, nato nel 1896, era un giovane ingegnere di Novara. Partecipa alla prima Guerra Mondiale come dirigibilista e dopo due anni si trasferisce a Budapest e lavorando come ferroviario, scopre una grandissima passione per la musica, ma soprattutto per il violino.

Lei, Marieda Di Stefano, nasce nel 1901 a Milano e grazie al padre, fin da piccola respirerà aria di arte. Innamorata, soprattutto della ceramica, prende lezioni nello studio di Luigi Amigoni. Negli anni, riceverà numerosi riconoscimenti e parteciperà ad esposizioni nazionali e non.

Innamorati, ricchi, fortunati e amanti delle arti, creeranno una vasta collezione in via Jan a Milano. La collezione porta i nomi di entrambi i coniugi:

“non è un omaggio reso alla memoria della mia compagna, ma corrisponde alla realtà. Opera comune nel senso totale: in quello materiale con le implicazioni di decisioni, di applicazione, di sacrifici finanziari e conseguenti rinunce in altri campi; e in quello artistico come concordanze di gusti, di indirizzi, di scelte”.


Il Concetto spaziale, 1957 viene convenzionalmente chiamato: la bara del marinaio; nome che, molto probabilmente, deriva da un’ipotetica lettura di tipo figurativo. I coniugi Boschi Di Stefano tenevano la tela nella propria sala da pranzo e il nomignolo domestico e confidenziale, probabilmente era condiviso con Fontana stesso. 

Perché “Bara del marinaio”?

L’idea deriva dall’atmosfera sottomarina dello sfondo dove si staglia la sagoma fluttuante al centro che, non con poca fantasia, può evocare la forma di una grande bara (anche per la qualità untuosa della superficie) sotto la quale si nota un’ombra.

Da questa strana e lugubre immagine si evince come il nostro modo di vivere l’arte sia ancora strettamente figurativo. La mente umana per non soccombere al caos, all’oscurità, si aggrappa ad ogni forma pur di scorgere qualcosa di conosciuto. Si tratta però solamente di un evocazione figurativa e suggestiva che non spiega l’opera, realizzata solo per essere una tela squisitamente astratta.

“…è l’infinito, e allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti,
ed ecco che ho creato una dimensione infinita,
un buco che per me è alla base di tutta l’arte contemporanea, per chi la vuol capire.
Sennò continua a dire che l’è un büs e ciao…”

Ci troviamo sempre qui su Likei per altre curiosità inutili sulla storia dell’arte… ma che -diciamoci la verità- la rendono ancora più interessante.

Peace.

Vostra F.

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